
GESTAZIONE PER ALTRI: IN ITALIA È COME IL GENOCIDIO
La gestazione per altri è, in Italia, reato universale: sarà punibile anche se praticata all’estero. Serughetti: «Un attacco alla libertà e al diritto di scelta di tutti, non solo di una minoranza. Partire dalle vulnerabilità coinvolte, non dalla presentazione della gestazione per altri come abuso»
29 Ottobre 2024
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La notizia è arrivata lo scorso 17 ottobre. La gestazione per altri (Gpa), nota anche come maternità surrogata, in Italia è diventata reato universale grazie al DDL n. 824 avente ad oggetto “modifica all’articolo 12 della legge 19 febbraio 2004, n. 40, in materia di perseguibilità del reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da cittadino italiano”. In Italia la gestazione per altri è già reato, ma ora si estende la punibilità anche a chi l’ha praticata all’estero, che rischia pene fino a due anni di reclusione e multe fino a un milione di euro. È una legge che andrà a impattare sulla vita di alcune persone che in questa pratica riponevano la speranza – per qualcuno l’ultima – di diventare genitori. Ma che riguarda tutti. Ne abbiamo parlato con Giorgia Serughetti, docente del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, che si è spesso occupata del tema.
Non a difesa di donne e bambini, ma di un modello di famiglia
Per spiegare il perché di questa legge vanno infatti capite le motivazioni che ci sono dietro. «Nasce sulla scia di una mobilitazione contro la gestazione per altri che si è sempre, almeno nel nostro paese e almeno da destra, legata alla questione delle famiglie omogenitoriali» spiega Giorgia Serughetti. «Penso sia importante dirlo, altrimenti questa mossa della destra potrebbe apparire come una presa di posizione forte a favore delle donne e dei bambini. Che è il modo in cui intendono comunicarla: Roccella e Meloni l’hanno definita una legge contro la mercificazione delle donne e dei bambini che mette il nostro paese all’avanguardia nella difesa dei diritti. Tuttavia, più che essere una legge a difesa della donna e dei bambini, è una legge a difesa di un certo modello di famiglia. Che, nel difendere uno e un solo possibile modo di venire al mondo – la procreazione naturale senza il ricorso a tecnologie riproduttive o ad accordi riproduttivi come la gestazione èer altri – riafferma come unica e legittima la fondazione della famiglia legata alla riproduzione naturale tra un uomo e una donna. Che è la riproposizione di un modello fondativo di un ordine gerarchico che vede alcune forme di vita familiare in una posizione di supremazia e riconoscimento superiore rispetto a quelle che differiscono da quello stesso modello e che ora vengono non riconosciute o perseguite per legge, accusate di essere il frutto di un reato».

Gestazione per altri: un reato universale come il genocidio…
Ma quali sono state le reazioni? «Per paradosso questa legge ha portato alla luce posizioni possibiliste di fronte ad un divieto tanto assoluto e pesante» ci ha spiegato Giorgia Serughetti. «I reati universali sono il genocidio, gli atti terroristici, la pedofilia. Una pratica pensata per mettere al mondo dei bambini a partire da desideri, accordi, relazioni affettive viene equiparata al genocidio dal punto di vista dell’universalità del reato. Per cui in molti hanno detto: “io non ci sto, considero controversa questa pratica, non vorrei difenderla in ogni sua forma, non sono d’accordo del tutto, ma mi fermo lì, non penso che sia giusto intervenire con la mannaia del reato universale”. Avendo seguito la discussione sulla gestazione per altri sin dal tempo delle unioni civili, mi sembra che le posizioni contrarie prevalessero. Il tema era: siamo d’accordo o no con questa pratica. Questo intervento legislativo ha allontanato il favore anche di chi era più scettico. Hanno detto: “così no”. Sono venute fuori molte più voci critiche verso il divieto».
Il terreno comune tra un pezzo di femminismo e i pro vita
Ma sono venute alla luce le posizioni in campo, e sono sorprendenti. «È venuto allo scoperto, in modo eclatante, il terreno comune di intesa tra un pezzo di femminismo e un mondo antifemminista, tra alcune sigle femministe e i pro vita» spiega Serughetti. «Anche se declinano in maniera diversa la battaglia, alla fine ne condividono gli esiti, cioè il reato universale. Oggi siamo di fronte a un campo discorsivo più chiaramente polarizzato tra chi è totalmente contro la Gpa e quindi a favore del reato universale, e un altro campo unito solo dal fatto di avere forti dubbi o di essere contrario al reato universale. Il reato ha creato una nuova polarizzazione. Che non è la stessa cosa di essere pro o contro Gpa, ma di essere contro un intervento così pesante e repressivo su una pratica che è legata alla riproduzione della vita».
Parlare di gestazione per altri come vulnerabilità e non come abuso
Dietro a una legge ci sono poi le storie. Come quella di una ragazza che ha la fibrosi cistica e per la quale la maternità surrogata sarebbe stata l’unica possibilità di diventare made. O come la coppia che è volata in Ucraina per cercare una gravidanza grazie all’aiuto di una madre surrogata dopo tredici anni di tentativi e che, quando manca un mese alla nascita del bambino, apprendono di aver commesso un reato. «Genitori intenzionali che arrivano a questo tipo di ricerca di madre portatrice ci arrivano dopo aver fatto percorsi faticosissimi» riflette Serughetti. «Partire dalle vulnerabilità coinvolte è un modo molto di parlarne più adeguato che partire da una presentazione della Gpa come abuso. Se si trasformano già discorsivamente i genitori intenzionali in carnefici, in potenziali abusanti di un corpo di una donna, vuol dire già partire da una rappresentazione che non può che portare al divieto. Non stiamo parlando di una violenza, ma di un desiderio che va messo in discussione, che può essere perseguito con altre strade, come l’adozione, che a sua volta è un percorso a ostacoli. Si può discutere di tutto. Ma partendo da un insieme di vulnerabilità: quella di persone che hanno provato con ogni mezzo ad avere figli e non ci sono riusciti e ricorrono a questa come ultima spiaggia, con fatica dolore e i dilemmi etici. La vulnerabilità delle figure coinvolte nel processo riproduttivo, donne che mettono a disposizione nove mesi di gravidanza per poi dare il figlio ad altri».
I bambini porteranno addosso lo stigma
A proposito di vulnerabilità, ci sono i bambini. «L’ultimo terminale di questa rappresentazione ferocemente negativa, il terminale dello stigma sono i bambini, i figli del reato, frutto di una pratica di abuso e di violenza così come viene definita» spiega Serughetti. «Non potranno che portarsi addosso questo stigma, anche se i genitori non sono perseguiti. In una sospensione legata al fatto che la gravidanza dura nove mesi ci saranno delle situazioni che la legge coglie a metà. Ma indirettamente cadrà anche sulle famiglie che già esistono, perché una volta affermato il disvalore, questo si traduce in stigma. Questa idea che sia una legge per i diritti della donna e dei bambini è una montatura, qualcosa che mistifica un intervento violentissimo sulla vita delle persone. Sostituisci a quell’immagine che questi bambini possono avere di una famiglia originale, ma amorevole, con l’idea di una famiglia criminale».
È un attacco alle libertà, una logica repressiva
Ma cosa può accadere adesso? «Non riesco a intravedere una forte mobilitazione perché il tema riguarda poche persone» spiega la docente. «Bisognerebbe riuscire a comprenderlo come parte di una logica repressiva generale, come parte di un attacco alle libertà e non solo ai diritti di quel piccolo numero di coppie che sono coinvolte. Le minoranze è difficile riescano a mobilitare le maggioranze. A meno che non si comprenda che lì ne va più in generale delle nostre libertà: un governo che si permette di legiferare in maniera repressiva su una cosa così privata come la riproduzione sta in verità mostrando disdegno per i diritti sessuali e riproduttivi delle persone. Se questo messaggio arrivasse in maniera più chiara sarebbe un grande attivatore. Per adesso vedo mobilitazione e attivazione delle reti più portatrici di interessi, come le famiglie arcobaleno e gli altri attori della società civile che su questo danno battaglia da sempre».
