AMIR ISSAA, «CON IL RAP POSSO RACCONTARE LA MIA VERSIONE DELLA STORIA»

Nato e cresciuto a Roma da papà egiziano e mamma italiana, Amir Issaa scopre il rap, che lo salva da un'infanzia difficile. Da allora aiuta i ragazzi ad esprimersi e ad uscire dalla strada. Oggi è un educatore convinto della forza del rap nel dare voce a chi non ne ha». Suo è “Rap in classe”, manuale per la scuola secondaria che punta sul rap come strumento didattico e di integrazione

di Laura Badaracchi

6 MINUTI di lettura

ASCOLTA L'ARTICOLO

«Se da ragazzino mi avessero detto che un giorno sarebbe esistito un libro di scuola che parla di Rap, Trap, Drill e cultura Hip Hop, che cita artisti come i Sangue Misto, i Public Enemy e Queen Latifah, che contiene i giochi di parole di Fabri Fibra, il Rap in dialetto de La Famiglia, il riocontra o le tecniche di freestyle raccontate da un campione nazionale di battle, che è corredato da materiali multimediali di cui addirittura un podcast, ecco, non ci avrei creduto. E invece, sta succedendo». Lo scrive sul suo sito Amir Issaa, autore del volume Rap in classe. Strumenti e percorsi per la scuola secondaria edito da Erickson, «il primo manuale scolastico in Italia che insegna le radici da cui è nata la cultura Hip Hop, i valori su cui si basa, le principali tecniche per fare Rap unite a una serie di proposte di attività ed esercizi pratici per inserire questo genere musicale nell’insegnamento delle più varie materie scolastiche, dall’italiano alle scienze, dalla storia alla matematica». Rivolto a tutti i docenti della scuola secondaria ma anche ai non esperti di educazione, agli appassionati di rap e ai curiosi che vogliono «capirci qualcosa in più di questo vasto mondo di parole a tempo», il libro contiene anche testi scritti da Leva57 e Chiasmo, oltre alle foto delle opere dell’associazione We Run The Streets.

rap in classe

Così Amir Issaa diventa voce di integrazione tra i giovani

Nato e cresciuto a Roma nel quartiere romano di Torpignattara, figlio di un immigrato egiziano e di una italiana, all’inizio degli anni ’90 Amir si avvicina all’Hip Hop, che lo salva dal disagio familiare causato dalla detenzione del padre, in carcere quando lui è ancora un bambino. Il rap diventa una valvola di sfogo positiva e un’occasione per raccontarsi. L’aver vissuto un’infanzia difficile gli fa avere una predisposizione nel voler aiutare i ragazzi a uscire dalla strada; oltre all’attività musicale collabora con diverse associazioni, tra cui Save The Children, Centro Astalli, Comunità Sant’Egidio, con cui nel 2010 realizza un laboratorio musicale nel penitenziario minorile di Casal del Marmo, e Unar che si avvale della sua partecipazione come testimonial nella Settimana d’azione contro il razzismo. Impegnato come attivista per il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati, grazie alla collaborazione con la piattaforma Change.org nel 2012 dà vita a una petizione online accompagnata dalla canzone “Caro Presidente, video-appello rivolto al presidente della Repubblica in cui lo si invitava ad affrontare il tema dello Ius Soli. La petizione ottenne in pochi giorni decine di migliaia di firme consolidando il suo status di testimonial dei “Nuovi Italiani”. Fondatore e direttore artistico di “Potere alle parole (beat e rime contro le discriminazioni)”, laboratorio di scrittura nato in collaborazione con Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) e l’associazione “Il Razzismo è una brutta storia” «con l’obiettivo di destrutturare attraverso percorsi educativi musicali nelle scuole gli stereotipi e i pregiudizi alla base delle discriminazioni», ha toccato da Nord a Sud molti istituti scolastici. Promotore dell’utilizzo del rap come forma didattica, è spesso impegnato in conferenze e laboratori di scrittura con centinaia di studenti dalla scuola primaria all’università, in Italia e all’estero: dal 25 febbraio all’11 marzo ha fatto negli Stati Uniti un tour promosso e sostenuto dal Consulate General of Italy in San Francisco (Ufficio scolastico) e il Consulate General of Italy in Chicago, con il contribuito dell’ Istituto Italiano di Cultura a San Francisco e l’Istituto Italiano di Cultura di Chicago, in collaborazione con tutte le Università e scuole coinvolte.

«Il rap può avere un impatto educativo positivo sulle persone»

«Ho iniziato a capire che il Rap poteva non essere solo un mezzo per vantarsi o per divertirsi con i soliti giochi di parole e incastri stilistici, ma poteva diventare qualcosa di più. Col Rap potevo dire tutto quello che avevo sempre tenuto nascosto; nel Rap potevo raccontare la mia versione della storia, e trasmetterla a mio figlio», scrive Amir, diventato un educatore convinto che il Rap sia uno strumento pedagogico, «un mezzo potente per dare voce a chi non ne ha e per narrare storie che altrimenti resterebbero inascoltate, oltre che uno strumento didattico che può aiutare ad analizzare i contenuti curricolari, assimilandolo ad altre forme letterarie come la poesia». In Italia Issaa ha stretto collaborazioni «con realtà importanti del panorama culturale come Treccani Cultura, che mi ha coinvolto in vari progetti educativi nei penitenziari minorili. L’attività che si può svolgere nelle aule di una scuola (o anche in una saletta di un carcere) è varia e apre a traiettorie spesso impreviste. Un esempio è l’uso del rap come strumento per potenziare la comprensione degli argomenti affrontati, per fare una sintesi efficace o per esporre un contenuto di studio o personale. Ho iniziato con laboratori occasionali nelle scuole del mio quartiere. Nel corso di quindici anni di progetti realizzati in questo campo, ho accumulato una serie di esperienze in contesti educativi diversi che mi hanno portato a capire come il rap possa avere un impatto educativo positivo sulle persone», afferma. Dopo la sua testimonianza, gli studenti hanno un’ora a disposizione per scrivere di sé usando le rime.

rap in classe
Amir Issaa: «Col Rap potevo dire tutto quello che avevo sempre tenuto nascosto, raccontare la mia versione della storia e trasmetterla a mio figlio»

Rap in classe è anche un podcast

Nel libro Issaa racconta diverse storie, fra cui quella di Alessandra, che dietro il nome di Tim ha trovato la forza di affermare la propria identità. «Il Rap può essere anche uno strumento di confessione e rivendicazione personale, e il contesto in cui lo reciti diventa uno spazio sicuro: sei tu al centro del palco, il microfono è nelle tue mani — nessuno può osare interromperti, perché va contro le regole del gioco. Credo non ci sia nulla di più democratico e potenzialmente inclusivo», spiega l’autore. «Anche le maestre della scuola primaria Pisacane di Torpignattara, una delle più multiculturali della capitale, hanno scelto di usare il rap come spazio sicuro in cui far raccontare ai propri alunni il viaggio dei loro genitori immigrati in Italia. Quell’incontro è servito per aiutare, da un lato, i bambini a non sentirsi soli e a non vergognarsi del passato migratorio delle loro famiglie, ma anzi verbalizzandolo con orgoglio e utilizzando persino, se volevano, la loro lingua madre; dall’altro, l’incontro ha avuto la funzione di una mano tesa ai genitori stessi per aiutarli a raccontare, sdrammatizzandola un po’, questa migrazione». Il risultato è stata la canzone Il viaggio fantastraordinario, «un esperimento che ha coinvolto gli stessi genitori nel momento in cui tutti i bambini sono saliti sul palco per cantare la canzone a fine anno».

Accompagna il testo il podcast Rap in classe che, attraverso la voce dell’autore, integra il manuale con ulteriori suggerimenti utili su come parlare a scuola di discriminazioni, di integrazione, di questioni di genere. A maggio 2021 aveva pubblicato per Add editore “Educazione rap”, testo didattico che, oltre a essere il racconto delle esperienze vissute dall’autore in scuole e università, è anche uno strumento per un percorso che mette al centro gli studenti e la parola, le emozioni e la lingua, la vita e l’esercizio.

 

AMIR ISSAA, «CON IL RAP POSSO RACCONTARE LA MIA VERSIONE DELLA STORIA»

AMIR ISSAA, «CON IL RAP POSSO RACCONTARE LA MIA VERSIONE DELLA STORIA»