
AICS. TRA SPORT STRUMENTO DI COMUNITÀ E RIFORMA DEL TERZO SETTORE
Lo sport sociale, il rapporto tra sport di base e le organizzazioni di Terzo settore, le riforme in atto. Questi i temi al centro del convegno AICS organizzato a Roma. Pancalli: «Sport come strumento di welfare e di garanzia dei diritti di cittadinanza»
19 Marzo 2025
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Qual è il rapporto tra sport di base e organizzazioni del Terzo settore? Molto più stretto di quanto si possa immaginare. Lo sport, infatti, può diventare un potente strumento per le organizzazioni civiche, contribuendo a costruire una società più inclusiva, sana e coesa. Mentre le organizzazioni civiche possono aiutare lo sport a raggiungere fasce sempre più ampie della popolazione. È questo il filo conduttore che ha unito le due tavole rotonde tenutesi a Roma, presso il Salone d’onore del CONI, durante il diciannovesimo congresso dell’AICS – Associazione Italiana Cultura Sport, che ha riconfermato presidente Bruno Molea, membro di Giunta CONI e componente del CNEL. «Dopo la pandemia, c’è stata una grande voglia di rimettersi in moto, che ha contribuito a determinare un cambiamento culturale sotto gli occhi di tutti», ha affermato Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute, l’azienda pubblica che si occupa dello sviluppo dell’attività sportiva in Italia. «Sono circa 37 milioni gli italiani che praticano attività sportive in maniera più o meno continuativa, e di questi, 12 milioni sono tesserati con federazioni sportive che organizzano l’attività in maniera strutturata. C’è poi una platea di italiani che non sono tesserati e che, in ogni caso, hanno la volontà di praticare sport». Insomma, un cambiamento culturale che, secondo Mezzaroma, comporta una vera svolta. Perché sta prendendo sempre più piede l’idea che «l’attività sportiva rappresenti una forma di prevenzione per quanto riguarda il benessere psicofisico». A invocare un cambio di terminologia è stato, invece, il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che ha voluto mettere al centro il concetto di «sport per tutti». Malagò ha ricordato che l’attenzione non andrebbe posta sugli attuali tesserati, ma su tutti quelli cha allo sport potrebbero avvicinarsi. «Non conosco un solo grande atleta, una leggenda del nostro paese, che non abbia iniziato praticando uno sport di base», ha detto. «Tra questi Pietro Mennea, solo per dirne uno. Tutti noi, se pensiamo in termini di comunità, dovremmo iniziare a ragionare in questa direzione».

Pancalli (CIP): «Sport come strumento di welfare e di cittadinanza»
«Spesso si usa il termine sociale senza comprenderne appieno il significato», ha chiarito il presidente del Comitato Italiano Paralimpico (CIP), Luca Pancalli. «Il termine sociale si riferisce alla vita di relazione degli esseri umani, alla comunità in cui viviamo. Tuttavia, nel nostro Paese, questo termine viene spesso utilizzato in senso negativo, come se fosse qualcosa di meno importante rispetto ad altri aspetti della vita. Ma il sociale è essenziale: riguarda tutti noi e la nostra capacità di vivere insieme». Pancalli ha poi insistito sul concetto di «sport come strumento di welfare e strumento di garanzia dei diritti di cittadinanza». Un concetto molto chiaro nel mondo paralimpico, dove lo sport diventa «uno strumento straordinario, sia come mezzo riabilitativo e inclusivo, sia come attività agonistica». Nel mondo della disabilità, ha aggiunto il presidente del CIP, «lo sport accessibile è benefico non solo per la salute individuale ma anche per il risparmio del sistema sociosanitario».
Molea (AICS): «Responsabilità troppo gravose per gli enti di promozione sportiva»
L’incontro di venerdì è stato anche un’occasione per riflettere sulle difficoltà del mondo dello sport. «Noi siamo gente abituata a soffrire e a combattere, ma in questo momento la riforma dello sport da una parte e la riforma del Terzo settore dall’altra hanno imposto ai nostri dirigenti compiti, doveri e responsabilità molto pesanti», ha spiegato Molea. Per il presidente di AICS il riconoscimento del ruolo dei lavoratori sportivi è stato un atto di civiltà e di giustizia, «ma gli enti di promozione sportiva si sono ritrovati con un nuovo carico sulle spalle. Sono diventati datori di lavoro, con tutte le responsabilità e i costi che questo comporta. Questo», ha rimarcato, «si aggiunge ai tanti problemi che il mondo sportivo già affrontava dopo la pandemia, aggravati dalle guerre, dalle crisi economiche e dall’aumento dei costi. Tutto ciò rischia di affliggere il movimento sportivo di base e di compromettere la capacità operativa delle nostre società».

Investimenti sulle infrastrutture, sport a scuola e barriere economiche
L’auspicio, dunque, è che lo sport diventi davvero un pilastro fondamentale delle politiche pubbliche del Paese. Per questo, sottolinea Pancalli, occorre un piano di investimenti seri, una sorta di «piano regolatore nazionale» per le infrastrutture sportive. «Non possiamo promuovere la diffusione dello sport se il nostro Paese è così arretrato su questo fronte. Lo studio condotto da Sport e Salute evidenzia una situazione preoccupante: il 56% degli impianti sportivi si trova al Nord, il 26% al Centro e il 26% al Sud. Di questi, l’8% non è funzionante al Nord, principalmente per problemi gestionali, mentre al Sud questa percentuale sale al 20%. È una situazione che richiede interventi urgenti per colmare il divario tra le diverse aree del Paese». Un altro punto cruciale è l’investimento sullo sport a scuola. «Senza partire dalla scuola, è difficile promuovere una cultura sportiva nel nostro Paese», ha aggiunto il presidente del CIP, sottolineando che almeno le ore di educazione motoria dovrebbero essere garantite e valorizzate soprattutto a beneficio di quanti non possono permettere ai propri figli di praticare sport per ragioni economiche. E quello del superamento delle barriere economiche dovrebbe essere, infatti, un altro punto all’ordine del giorno. «Queste proposte richiedono risorse finanziarie», ha concluso Pancalli, «ma non si tratta di costi per il Paese, bensì di investimenti. Fino a quando non si comprenderà questo concetto, lo sport continuerà a essere considerato un’attività secondaria o ricreativa piuttosto che un elemento essenziale per il benessere sociale ed economico del Paese».
L’autorizzazione europea alla fiscalità agevolata per il Terzo Settore
«L’autorizzazione europea alla fiscalità agevolata per il Terzo Settore rappresenta un passo epocale, e lo dico senza timore di essere smentita», così la vice ministra delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, presente durante una seconda tavola rotonda dedicata principalmente al riconoscimento europeo della fiscalità agevolata. «È un momento storico straordinario, non solo per l’Italia ma per tutta l’Europa. Una grande soddisfazione per il governo Meloni, che ha lavorato con determinazione e convinzione per un anno e mezzo per inserire questa priorità tra gli obiettivi del governo. È un modo per dare stabilità, fare chiarezza e far riconoscere a livello europeo il valore sociale di ciò che voi fate». Sul tema è intervenuta anche Vanessa Pallucchi, portavoce Forum Terzo settore, che ha detto: «Lavoriamo nella cornice dell’interesse generale e contribuiamo al pari del pubblico. Non si può fare una riforma del Terzo Settore che non sia inclusiva e di prossimità. Credere a un modello di società che si esprime attraverso un servizio. Il 5×1000 è un tetto che va superato. Sono del tutto insufficienti le risorse rispetto al mondo del profit».
